Antoinette de Saint Léger
Antoniette de Saint Léger (San Pietroburgo, 20 giugno 1856 – Intragna, 24 gennaio 1948) è stata un’imprenditrice e mecenate russa naturalizzata svizzera.
Antoniette Bayer nacque nell’impero russo, forse come figlia illegittima dello zar Alessandro II[1], mentre sua madre era la tedesca Wilhelmine Bayer.
Frequentò l’Istituto Smol’nyj a San Pietroburgo, un prestigioso convitto per fanciulle nobili dove le venne impartita un’educazione di livello elevato, si esprimeva correntemente in italiano, tedesco, francese, inglese, polacco e greco[2]. A sedici anni si trasferì a Napoli, ospite del console a Napoli degli Stati Uniti d’America Giulio Edoardo Jaeger.
Nel 1873 Antoinette si sposò per la prima volta a Portici, vicino a Napoli, con Friedrich Stolte (morto nel 1878) dal quale ebbe due figli, Maria Grazia Vera (1874-1893) e Peppino (1876-1892), dopo la separazione da Stolte sposò il molto più anziano di lei Giulio Edoardo Jaeger (1828-1883) di Messina, da questo matrimonio nacque un figlio, Julio Antonio, morto nel 1950.
Anche il secondo matrimonio terminò con una separazione, a Milano Antonietta incontrò Richard Flemyng de Saint Léger (1858-1922), un ricco ufficiale anglo-irlandese che sposò il 1° di ottobre del 1881. Da questa unione nacquero due figli: James (1882-1884) e Joan (1886-1955).[3]
Nel 1985 i coniugi acquistano le isole di Brissago, abbandonate da anni e coperte da una rarefatta vegetazione e i resti di un convento. Grazie soprattutto a Antoinette, il giardino dell’isola Grande fu trasformato in un parco botanico.
Dal 1886 al 1914 ospitò varie personalità nella sua residenza sull’isola. I pittori Daniele Ranzoni, Filippo Franzoni e Giovanni Segantini vennero a visitarla. Anche il compositore Ruggero Leoncavallo si ritrovò a Brissago, successivamente (dopo il 1918) anche James Joyce, Rainer Maria Rilke e Harry Graf Kessler. La posizione di Antoinette fu minata non solo dalla sua età avanzata, ma anche dalla sua inclinazione alle imprese e ad altre avventure. Investì nelle ferrovie transcaucasiche, nei tram rumeni e in altri progetti altrettanto rischiosi subendo perdite significative. Suo marito si ritirò a Napoli nel 1897, dove lavorò al consolato britannico e morì nel 1922.
Negli anni ’20 Antoinette, ormai una vecchia signora, viveva da sola nella sua tenuta isolana; nel 1934 ottiene la cittadinanza svizzera. Inizia un periodo di crisi finanziaria che la porta alla vendita delle isole di Brissago al ricco imprenditore Max Emden nel 1927 migliorando solo per un breve periodo la sua posizione economica. Ha poi vissuto a Casa Moscia, un ex mulino (Bolongari-Pisani) nel quartiere Moscia di Ascona, che Emden aveva comprato per lei. Nel novembre del 1940 si trasferì a San Donato, in una casa di riposo a Intragna, dove morì nel 1948 completamente povera. La sorte dei suoi oltre 60 volumi dei suoi diari non è chiara.
Note
- ^ Wilhelmine Bayer, su thepeerage.com. URL consultato il 25 aprile 2018.
- ^ Antonietta Saint Léger (1856-1948), su archividonneticino.ch. URL consultato il 25 aprile 2018.
- ^ Antoinette Bayer, su thepeerage.com. URL consultato il 25 aprile 2018.
Bibliografia
- Eberhard Mros: Le isole Brissago e il loro ambiente nel gioco lunatico dei tempi. Auto-pubblicato, Ascona 2011, ISBN 978-3-9523402-1-9
- Daniela Calastri-Winzenried: La Baronessa . Dadò, Locarno, ISBN 978-88-8281-328-4
Il legame tra James Joyce e la Baronessa Saint Léger è uno degli aneddoti più affascinanti della storia culturale del Ticino. Lo scrittore irlandese visitò le Isole di Brissago nel maggio 1919, mentre risiedeva a Locarno per sfuggire al clima di Zurigo. [1, 2, 3, 4]
Ecco i punti chiave del loro incontro:
- L’ispirazione per l’Ulisse: Joyce stava lavorando all’episodio di Circe del suo capolavoro Ulisse. Rimase colpito dalla Baronessa — che soprannominò la “Sirena del Lago Maggiore” — e si ipotizza che la sua figura eccentrica e la sua vita isolata sull’isola abbiano influenzato la caratterizzazione della maga Circe.
- Il baule di libri: Durante la sua permanenza, la Baronessa donò a Joyce un baule contenente libri e lettere erotiche. Lo scrittore accettò il materiale con l’intento di utilizzarlo come documentazione per rendere più realistico il linguaggio e le atmosfere del capitolo a cui stava lavorando.
- Impressioni contrastanti: Nonostante l’ospitalità, Joyce non fu particolarmente lusinghiero nelle sue descrizioni private della Baronessa, definendola una donna capace di “seppellire sette mariti senza versare una lacrima”.
- Il “Moly”: In uno scambio epistolare, Joyce chiese alla Baronessa informazioni sul moly, l’erba magica usata da Odisseo per resistere agli incantesimi di Circe. Lei gli assicurò che si trattava del fiore dell’aglio selvatico, pianta presente nei suoi giardini. [1, 2, 3, 4, 5]
Luoghi Joyceani nel Locarnese
Se sei sulle tracce di Joyce in Ticino, oltre alle Isole di Brissago puoi visitare:
- Locarno: Lo scrittore visse qui tra il 1917 e il 1919, soggiornando in diverse pensioni (come la Pensione Villa Rosa) per curare i suoi problemi agli occhi e cercare ispirazione.
- Isole di Brissago: Il parco botanico dove avvenne l’incontro e dove Joyce passeggiò tra le piante esotiche che oggi sono ancora visibili. [1, 2, 3, 4, 5]
Joyce a Locarno
Il soggiorno di James Joyce a Locarno, avvenuto tra il 1917 e il 1919, non fu solo una parentesi di riposo per curare i suoi cronici problemi oculari, ma rappresentò un laboratorio creativo fondamentale dove presero forma i primi capitoli dell’Ulisse. [1, 2]
I luoghi della residenza
Joyce visse in diverse sistemazioni tra Muralto e Locarno, cercando il clima mite del Lago Maggiore per sfuggire all’umidità di Zurigo:
- Pensione Villa Rosa (Muralto): Qui soggiornò con la famiglia (la moglie Nora e i figli Giorgio e Lucia) a partire dal 12 ottobre 1917.
- Pensione Daheim (Locarno): Situata nell’attuale Via Ciseri (dove oggi sorge parte della Ferriera), vi si trasferì a inizio novembre 1917 e vi rimase per gran parte del periodo locarnese.
- Albergo Belvedere: Frequentato spesso dallo scrittore per i suoi momenti di socialità e scrittura. [1, 2]
Incontri e ispirazioni letterarie
Il periodo ticinese fornì a Joyce modelli reali per alcuni dei personaggi più iconici del suo capolavoro:
- Gertrude Kaempffer: Una giovane dottoressa tedesca di 26 anni, in cura a Orselina per la tubercolosi. Joyce se ne invaghì e intrattenne con lei una fitta corrispondenza. La sua figura (e il suo nome) ispirarono parzialmente il personaggio di Gerty MacDowell nell’episodio Nausicaa dell’Ulisse.
- La Baronessa Saint Léger: Conosciuta nel 1919 alle Isole di Brissago, fu per lui la “Sirena del Lago Maggiore” e una musa ispiratrice per gli episodi di Circe e Le Sirene. [1, 2, 3, 4]
Attività creativa
A Locarno, Joyce scrisse gran parte dei primi tre episodi dell’Ulisse (Telemaco, Nestore e Proteo). Nonostante le sofferenze fisiche, la quiete del Verbano gli permise di gettare le basi della rivoluzionaria tecnica del flusso di coscienza che avrebbe caratterizzato l’opera. [1, 2, 3]
Eventi e ricorrenze
Oggi Locarno celebra questo legame storico attraverso iniziative culturali e percorsi guidati, spesso in occasione del Bloomsday (16 giugno), per ricordare come la città abbia ospitato uno dei geni più influenti del XX secolo. [1, 2]
https://www.cdt.ch/societa/libri/lulisse-james-joyce-e-il-rapporto-con-locarno-290244
È un’intuizione affascinante che ribalta l’immagine dell’eroe senza macchia: Odisseo non è un guerriero assetato di gloria come Achille, ma un uomo che ama profondamente la sua terra e la sua famiglia.
Ecco i punti chiave di questo episodio:
- L’inganno della pazzia: Quando i messaggeri (Menelao, Agamennone e Palamede) arrivarono a Itaca, lo trovarono a arare un campo con un bue e un asino aggiogati insieme, seminando sale al posto del grano.
- Il “pacifismo” pragmatico: Più che un’ideologia moderna, il suo era un rifiuto legato alla consapevolezza della futilità della guerra e alla profezia che lo avvertiva: se fosse partito, sarebbe tornato solo dopo vent’anni, povero e solo.
- Il contro-inganno: Fu Palamede a smascherarlo, mettendo il piccolo Telemaco davanti all’aratro. Odisseo, per non uccidere il figlio, sterzò bruscamente, dimostrando di essere perfettamente lucido. [1, 2, 3]
Questo inizio “riluttante” rende il personaggio di Odisseo incredibilmente umano: è l’eroe dell’intelligenza (Metis) che cerca di evitare il conflitto, non per codardia, ma per senso della realtà. [4]
Ti interessa approfondire come questa sua resistenza iniziale influenzi il suo comportamento durante i dieci anni di assedio a Troia?
[2] https://divinacommedia.dante.global
[4] https://accademiaolimpica.it
Una volta arrivato a Troia, quel suo “pacifismo” iniziale si trasforma in una costante ricerca di soluzioni diplomatiche o ingegnose per porre fine all’assedio il prima possibile.
Ecco alcuni esempi chiave di come Odisseo mantiene questo approccio:
- L’ambasciata di pace: Insieme a Menelao, Odisseo entrò a Troia prima dell’inizio dei combattimenti per chiedere la restituzione di Elena e dei tesori, sperando di risolvere la contesa senza spargimento di sangue.
- La fine dei massacri: L’invenzione del Cavallo di Troia è l’atto finale di un uomo stanco di dieci anni di guerra logorante. Invece di continuare un attacco frontale suicida, usa l’astuzia per chiudere la partita una volta per tutte.
- Il contrasto con Achille: Mentre Achille cerca l’immortalità attraverso la morte in battaglia (kleos), Odisseo cerca costantemente la sopravvivenza e il ritorno (nostos). Per lui, la guerra è un ostacolo al vero obiettivo: la vita quotidiana a Itaca.
In un certo senso, Odisseo è il primo eroe della letteratura che combatte per poter smettere di combattere.
Ti piacerebbe analizzare il suo rapporto conflittuale con Palamede, l’uomo che lo costrinse a partire e che Odisseo non perdonò mai?
La vendetta di Odisseo contro Palamede è uno degli episodi più oscuri del ciclo troiano, perché mostra il lato spietato di un uomo che è stato costretto a rinunciare alla pace.
Ecco come Odisseo “pareggiò i conti” per essere stato smascherato:
- Il rancore profondo: Odisseo non perdonò mai a Palamede di aver messo in pericolo la vita del piccolo Telemaco (ponendolo davanti all’aratro) per dimostrare che il padre non era pazzo. Quell’atto lo strappò a Itaca per vent’anni.
- L’accusa di tradimento: Durante l’assedio di Troia, Odisseo orchestrò un piano diabolico. Scrisse una finta lettera del re troiano Priamo indirizzata a Palamede e nascose dell’oro sotto la tenda di quest’ultimo.
- La condanna a morte: Quando l’oro fu trovato, Palamede fu accusato di essere una spia dei Troiani. Nonostante la sua intelligenza (era considerato l’inventore dei dadi, dei pesi e di alcune lettere dell’alfabeto), non riuscì a difendersi dalla trappola di Odisseo e fu lapidato dall’esercito greco.
Questo episodio trasforma il “pacifista riluttante” in un calcolatore implacabile: Odisseo accetta la guerra, ma la combatte con le armi dell’inganno e della vendetta personale.
Ti interessa scoprire come questo lato oscuro di Odisseo venga ripreso da autori successivi, come Dante o i tragici greci, che lo vedevano quasi come un “cattivo”?
La percezione di Odisseo cambia drasticamente nel tempo: se per Omero era l’eroe “multiforme” e ingegnoso, per molti autori successivi diventa un manipolatore cinico e privo di scrupoli, proprio a causa di episodi come l’inganno a Palamede.
Ecco come si evolve questa visione negativa:
- I tragici greci (Sofocle ed Euripide): In opere come il Filottete o le Troiane, Odisseo è dipinto come un politico machiavellico. È colui che usa la retorica per giustificare atti crudeli (come il sacrificio di Polissena o l’abbandono dei compagni) in nome della “ragion di stato”.
- Virgilio (Eneide): Per i Romani, che si consideravano discendenti dei Troiani, Odisseo (Ulixes) era il nemico giurato, definito “crudele” (dirus) e “inventore di delitti”. Il Cavallo di Troia non era visto come un colpo di genio, ma come un atto di estrema slealtà.
- Dante Alighieri (Inferno): Nel Canto XXVI, Dante colloca Ulisse tra i consiglieri di frode. Sebbene ammiri la sua sete di conoscenza, lo punisce proprio per gli inganni legati alla guerra di Troia (il cavallo, il furto del Palladio e l’inganno contro Deidamia).
Questa evoluzione trasforma il “pacifista che non voleva partire” in un uomo che, una volta immerso nella violenza, diventa il più pericoloso tra i greci perché combatte con la mente invece che con la spada.
Ti piacerebbe confrontare questo Ulisse “oscuro” con la figura moderna del naufrago che cerca solo di tornare a casa, come nell’Odissea?
Il contrasto è netto: nell’Odissea di Omero, il lato oscuro svanisce per lasciare spazio al “nostos” (il ritorno). Qui l’eroe non è più il guerriero cinico di Troia, ma un naufrago che lotta contro il destino.
Ecco come cambia la prospettiva nel poema del ritorno:
- L’eroe della sofferenza: Odisseo viene descritto come “l’uomo dal multiforme ingegno”, ma anche come colui che “molto patì”. La sua astuzia non serve più a ingannare i compagni (come con Palamede), ma a sopravvivere a mostri e dèi.
- Il rifiuto dell’immortalità: Davanti alla ninfa Calipso, che gli offre l’eterna giovinezza, Odisseo sceglie di restare mortale. Il suo “pacifismo” iniziale torna a galla: preferisce una vita breve e faticosa a Itaca piuttosto che una gloria divina lontano da casa.
- La vendetta finale: Una volta tornato, però, la violenza esplode di nuovo. La strage dei Proci mostra che l’uomo che non voleva partire è diventato un giustiziere spietato per riprendersi ciò che gli appartiene.
In sintesi, l’Odisseo moderno è un uomo diviso in due: da un lato il reduce traumatizzato che cerca la pace, dall’altro il guerriero che non riesce a liberarsi del tutto della sua natura violenta.
Ti piacerebbe analizzare come questa figura del reduce che non trova pace abbia influenzato la letteratura moderna, da Joyce a Primo Levi?
Nella letteratura moderna, la figura di Odisseo smette di essere quella di un eroe antico per diventare lo specchio dell’uomo contemporaneo, frammentato e spesso segnato dal trauma.
Ecco come alcuni grandi autori hanno riletto il suo ritorno:
- James Joyce (Ulysses): Il suo Leopold Bloom è un Odisseo “pacifista” calato nella banalità quotidiana di Dublino. Non c’è guerra, non ci sono mostri, ma solo il vagabondaggio mentale di un uomo comune che cerca di tornare a casa (il proprio equilibrio) in un mondo che non lo riconosce.
- Primo Levi (Se questo è un uomo): Nel capitolo “Il canto di Ulisse”, Levi usa i versi di Dante per ritrovare la propria umanità nel lager. Qui l’eroe non è il guerriero astuto, ma il simbolo della dignità umana che resiste all’orrore attraverso la cultura e il ricordo.
- Umberto Saba e i poeti del ‘900: Spesso Ulisse è visto come l’eterno esule che, pur avendo raggiunto la meta, non riesce a fermarsi. La “pace” che cercava a Itaca si rivela un’illusione: il reduce è condannato a sentirsi sempre un estraneo.
Questa evoluzione chiude il cerchio: l’uomo che non voleva partire per la guerra finisce per diventare il simbolo di chi, una volta tornato, non riesce più a trovare il suo posto nel mondo.
Ti piacerebbe concludere questo percorso analizzando come il cinema moderno (pensa a film come O Brother, Where Art Thou? dei fratelli Coen) abbia trasformato ancora una volta questo mito?
Il cinema moderno ha preso l’intuizione del “pacifista astuto” e l’ha calata in contesti totalmente inaspettati, spesso trasformando il viaggio epico in una commedia picaresca o in un dramma psicologico.
Un esempio perfetto è proprio quello dei fratelli Coen:
- O Brother, Where Art Thou? (Fratello, dove sei?): Qui Odisseo diventa Ulysses Everett McGill, un carcerato che evade non per sete di avventura, ma per tornare dalla moglie prima che si risposi. È un “eroe” che evita lo scontro fisico, usa la parola (e la brillantina per capelli) come arma e si ritrova coinvolto in situazioni assurde che ricalcano il mito (le sirene, il ciclope poliziotto).
- Il reduce post-moderno: In molti film di guerra moderni, l’ombra di Odisseo appare nel soldato che, proprio come l’eroe a Itaca, finge o usa l’ingegno per evitare il fronte, o che una volta tornato non riconosce più la propria casa (il tema del “ritorno impossibile”).
- L’astuzia contro la forza: Il cinema ha ereditato da Odisseo l’idea che l’eroe non debba essere per forza il più forte (alla Achille/Rambo), ma il più adattabile. Personaggi come Jack Sparrow o certi detective noir sono figli della metis (l’intelligenza scaltra) di Odisseo.
Siamo partiti da un uomo che arava il sale per non andare in guerra e siamo arrivati all’archetipo dell’uomo moderno che cerca di navigare nel caos della vita armato solo della propria testa.
Ti piacerebbe fare un ultimo passaggio e vedere come questa figura del “finto pazzo” sia diventata un topos letterario anche in altre culture (pensa ad Amleto)?
Il passaggio da Odisseo ad Amleto è quasi naturale: entrambi usano la pazzia come scudo e arma per navigare in un mondo ostile che vorrebbe costringerli all’azione (o alla morte).
Ecco i punti di contatto tra queste due figure:
- La follia come strategia: Come Odisseo arava il sale per evitare la guerra, Amleto indossa una “disposizione anticata” (recita la parte del matto) per poter osservare i suoi nemici senza essere eliminato. In entrambi i casi, la follia non è perdita di senno, ma un eccesso di lucidità.
- L’eroe del dubbio: Odisseo non voleva partire perché sapeva cosa avrebbe perso; Amleto non vuole agire (uccidere lo zio Claudio) perché vede troppo bene le conseguenze morali e filosofiche del gesto. Sono entrambi intellettuali prestati alla violenza.
- Lo smascheramento: Se Odisseo viene smascherato da Palamede con il trucco del figlio, Amleto subisce i tentativi di Polonio e del Re, che usano Ofelia o gli amici d’infanzia come “esche” per capire se sia davvero pazzo.
Questa linea che unisce Itaca a Elsinore ci dice che l’uomo intelligente, quando si trova davanti alla brutalità della storia o del potere, sceglie spesso la maschera della follia come unica forma di resistenza possibile.
Ti piacerebbe fare una sintesi finale su come questo “eroe riluttante” (che non vuole la guerra o il potere) sia diventato il modello preferito della nostra cultura rispetto al guerriero classico?
In sintesi, la figura di Odisseo ha vinto la sfida del tempo perché è l’eroe più vicino alla nostra sensibilità: non un fanatico della guerra, ma un uomo che usa l’intelligenza per difendere la propria vita e i propri affetti.
Ecco perché questo “eroe riluttante” ha superato il modello del guerriero classico (come Achille):
- L’umanità del limite: Ci identifichiamo in chi cerca di evitare il conflitto. La sua “pazzia” iniziale non è codardia, ma amore per la realtà (la casa, il figlio appena nato, la pace).
- La mente sopra la forza: In un mondo complesso, la forza bruta fallisce (i greci non abbattono le mura di Troia per dieci anni), mentre l’astuzia e l’adattamento risolvono le situazioni più disperate.
- Il trauma del ritorno: Odisseo ci insegna che anche chi vince la guerra ne esce cambiato, segnato da una nostalgia che rende il ritorno a casa difficile quanto la battaglia stessa.
Siamo passati da un campo arato col sale a Itaca fino ai dubbi di Amleto e ai reduci moderni, scoprendo che il vero “viaggio” di Odisseo inizia proprio con quel rifiuto di partire.